Terza parte – Etica, Bellezza, Progetto

Contributo al dibattito di Giorgio Skoff – Architetto e Paesaggista

Le città raccontano sempre la storia delle scelte che hanno compiuto. Lo fanno attraverso gli edifici che hanno costruito, le piazze che hanno disegnato, gli alberi che hanno conservato o purtroppo abbattuto, i vuoti che hanno saputo rispettare e quelli che hanno riempito senza interrogarsi sul loro significato. Ogni trasformazione lascia un’impronta che va ben oltre la sua funzione immediata, perché modifica il rapporto tra una comunità e il luogo nel quale essa riconosce la propria identità. Per questa ragione il progetto non può mai essere considerato un fatto esclusivamente tecnico. Esso appartiene, prima ancora che all’architettura o all’ingegneria, alla cultura civile di una comunità e riflette il modo in cui essa interpreta il proprio rapporto con il tempo, con la memoria e con il paesaggio.

Le vicende che hanno accompagnato la realizzazione del Bus Rapid Transit a Bari hanno suscitato un confronto acceso, nel quale si sono intrecciate esigenze di mobilità sostenibile, tutela del patrimonio arboreo, qualità dello spazio pubblico e partecipazione dei cittadini. È un confronto destinato inevitabilmente a modificarsi, perché quando queste pagine saranno lette l’opera verrà ormai realizzata o nelle sue fasi finali e la città sarà chiamata a verificare la sua concreta capacità di migliorare il trasporto pubblico. Continuare a discutere esclusivamente di ciò che avrebbe potuto essere fatto diversamente rischierebbe di confinare questa riflessione entro i limiti di una vicenda amministrativa.

Sarebbe un’occasione perduta.

Ogni città, infatti, continua incessantemente a progettare il proprio futuro e ciascun progetto, indipendentemente dalla sua scala, dovrebbe riproporci la medesima domanda: quali principi devono orientare le trasformazioni affinché esse rappresentino un autentico progresso per la collettività?

È una domanda che riguarda la politica, ma che non appartiene soltanto alla politica; riguarda i progettisti, ma non può essere delegata esclusivamente ai progettisti; riguarda i cittadini, perché ogni scelta che incide sullo spazio pubblico modifica, spesso per decenni, il contesto nel quale essi vivranno. Proprio per questo il dibattito sul BRT può diventare qualcosa di diverso da una contrapposizione tra favorevoli e contrari. Può rappresentare l’occasione per riflettere sul significato stesso del progettare una città, distinguendo tra la semplice realizzazione di un’opera e la costruzione di un paesaggio.

Questa distinzione è tutt’altro che formale. Un’infrastruttura forse può essere tecnicamente efficiente, magari economicamente sostenibile e si auspica amministrativamente impeccabile, senza per questo riuscire a produrre un miglioramento della qualità paesaggistica di un luogo. Allo stesso modo un intervento può rispettare integralmente procedure, tempi e prescrizioni normative, lasciando tuttavia aperta una questione che nessuna disposizione legislativa è in grado di risolvere: se quella fosse davvero la migliore risposta possibile rispetto ai valori che una comunità riconosce come essenziali. Esiste infatti una differenza sostanziale tra ciò che è semplicemente legittimo e ciò che può essere considerato giusto; una differenza che non appartiene al diritto amministrativo ma alla responsabilità che ogni progetto assume nei confronti della società e del territorio sul quale interviene. È in questo spazio, spesso trascurato perché difficilmente misurabile, che prende forma la prima delle tre parole alle quali è affidata questa riflessione: l’etica.

Non nel senso di un richiamo morale estraneo alla pratica del progetto, ma come consapevolezza che ogni decisione produce conseguenze destinate a durare nel tempo e a coinvolgere soggetti che non partecipano direttamente alla scelta. Un albero adulto non rappresenta soltanto un elemento vegetale; è ombra, microclima, biodiversità, memoria, paesaggio, qualità dello spazio pubblico. Allo stesso modo una piazza non è soltanto una superficie pavimentata, così come una strada non coincide esclusivamente con la sezione destinata al traffico. Ogni progetto modifica relazioni, comportamenti, percezioni, abitudini e, in definitiva, il modo stesso nel quale una comunità abita il proprio territorio. È questa consapevolezza che trasforma un insieme di elaborati tecnici in un autentico progetto di città.

Da questa prospettiva il paesaggio cessa di essere lo sfondo sul quale si collocano le trasformazioni urbane e diventa il luogo nel quale esse manifestano la propria qualità. È nel paesaggio che una scelta progettuale rivela la propria capacità di coniugare utilità e rispetto, innovazione e memoria, efficienza e bellezza. Non si tratta di aggiungere un valore estetico ad un’opera già definita, ma di riconoscere che il paesaggio costituisce la dimensione nella quale ogni decisione pubblica rende visibili i propri effetti e misura la propria responsabilità nei confronti delle generazioni future.

Se il paesaggio rappresenta il luogo nel quale una comunità rende visibili le conseguenze delle proprie decisioni, il progetto costituisce lo strumento attraverso il quale tali decisioni prendono forma. È forse questo il termine più frequentemente utilizzato e, al tempo stesso, il più esposto al rischio di un progressivo impoverimento del suo significato. Nel linguaggio corrente il progetto viene spesso identificato con l’insieme degli elaborati tecnici, con il procedimento amministrativo che conduce all’approvazione di un’opera o, più semplicemente, con l’idea che ne anticipa la realizzazione. In realtà il progetto è qualcosa di molto più complesso. Esso rappresenta un processo di conoscenza prima ancora che un atto di trasformazione; nasce dall’osservazione dei luoghi, dall’ascolto delle persone che li abitano, dalla capacità di riconoscere i valori materiali e immateriali che rendono ogni contesto diverso da un altro. Soltanto dopo questo percorso di comprensione la tecnica può assumere il proprio ruolo e tradurre quella conoscenza in forme, materiali e soluzioni capaci di rispondere alle esigenze della collettività.

Vittorio Gregotti ha più volte ricordato come il progetto non consista nell’imporre una forma al territorio, ma nell’interpretarne criticamente le caratteristiche, riconoscendo nella conoscenza del luogo la condizione indispensabile di ogni trasformazione consapevole. È una riflessione che conserva oggi un valore ancora maggiore, perché le città contemporanee sono sottoposte a processi di cambiamento sempre più rapidi e complessi, nei quali la pressione esercitata dai tempi amministrativi, dalle risorse economiche e dalle scadenze imposte dai finanziamenti rischia di comprimere proprio quella fase di ascolto e di approfondimento dalla quale dipende la qualità del progetto. L’urgenza non può tuttavia diventare un criterio progettuale, così come la disponibilità di risorse non può sostituire la ricerca della soluzione migliore. Ogni progetto pubblico dovrebbe conservare la capacità di interrogarsi sulle alternative possibili, valutandone gli effetti non soltanto nell’immediato, ma anche nel tempo lungo che caratterizza la vita del paesaggio.

È proprio il tempo, infatti, l’elemento che distingue più profondamente un’opera da un progetto. Un’opera può essere completata nel giro di pochi mesi; un progetto continua invece ad agire per decenni, modificando il comportamento delle persone, il microclima di una strada, la biodiversità di un quartiere, il valore culturale di un luogo e perfino il modo nel quale una comunità costruisce la propria memoria. Ogni albero adulto abbattuto impiega pochi minuti a cadere, ma richiede decenni per essere sostituito nella sua funzione ecologica e paesaggistica; ogni suolo impermeabilizzato può essere asfaltato in pochi giorni, mentre occorrono tempi infinitamente più lunghi perché quel terreno ritrovi la propria capacità di assorbire l’acqua, ospitare vita e contribuire all’equilibrio climatico della città. Il progetto è dunque chiamato a misurarsi con una dimensione temporale che eccede il mandato amministrativo, la durata di un cantiere e perfino la vita professionale di chi lo ha concepito. È questa responsabilità verso il tempo che trasforma un intervento tecnico in un atto di cultura.

Se il progetto rappresenta il luogo nel quale una comunità sceglie il proprio futuro, la bellezza non costituisce il risultato di un’operazione estetica, né un elemento decorativo da aggiungere al termine del processo. Essa nasce quando una trasformazione riesce a tenere insieme utilità, conoscenza, rispetto dei luoghi e responsabilità verso chi li abiterà domani. La bellezza è il segno visibile di un progetto che ha saputo confrontarsi con il tempo, con la memoria e con il paesaggio senza ridurli a semplici variabili tecniche. Negli ultimi decenni molte trasformazioni urbane sono state presentate come l’esito quasi inevitabile di valutazioni tecniche, procedure amministrative, modelli previsionali e vincoli economici. Tutti strumenti indispensabili, ma incapaci, da soli, di indicare quale futuro una comunità desideri costruire. La tecnica può spiegare come realizzare un’opera; non può decidere quali valori debbano orientarla. Il progetto comincia esattamente nel punto in cui la tecnica esaurisce il proprio compito e diventa necessario scegliere non soltanto ciò che è giuridicamente legittimo e tecnicamente possibile, ma ciò che è culturalmente fondato ed eticamente giusto.

È in questo passaggio che etica, progetto e bellezza ritrovano la loro naturale unità. L’etica orienta le scelte, il progetto le traduce in trasformazioni concrete, la bellezza ne rende visibili gli effetti nello spazio pubblico e nel paesaggio. Certo non esistono città perfette, ma esistono città e cittadini capaci di interrogarsi sul significato delle proprie trasformazioni e di quelle dei luoghi in cui vivono e di assumersene la responsabilità. Ogni generazione, non ogni Giunta, riceve un paesaggio in eredità e lo consegna a quella successiva. La qualità di questa eredità dipende dalla capacità di riconoscere che il progresso non coincide con tutto ciò che è possibile realizzare, ma con ciò che una comunità sceglie, consapevolmente, di considerare giusto.