Seconda parte – La falsa contabilità della compensazione arborea
Contributo al dibattito di Giorgio Skoff – Architetto e Paesaggista
Acqua, CO₂ e tempo biologico degli alberi maturi
Nel primo contributo sulla democrazia dell’ombra abbiamo affermato un principio semplice: non esiste mobilità sostenibile costruita contro gli alberi. Abbiamo detto che un albero urbano adulto non è un arredo, non è un ostacolo, non è un elemento decorativo sostituibile con facilità, ma una infrastruttura climatica, sanitaria, sociale e democratica. Abbiamo soprattutto contestato una delle formule più ambigue del linguaggio amministrativo contemporaneo: “abbattiamo alberi adulti, ma ne pianteremo di nuovi”.
Questa seconda parte prova a entrare proprio lì: nella contabilità apparente della compensazione.
Perché la compensazione arborea viene spesso presentata come un saldo rassicurante: un albero abbattuto, due alberi piantati; cinquanta alberi rimossi, cento alberi promessi; ottantatré piante eliminate, nuove alberature previste altrove. Ma la città non funziona come un foglio Excel. Gli alberi non sono unità numeriche equivalenti. Un albero maturo e una giovane pianta non hanno la stessa chioma, non producono la stessa ombra, non assorbono la stessa quantità di CO₂, non intercettano la stessa acqua meteorica, non ospitano la stessa biodiversità, non offrono lo stesso comfort climatico.
La differenza decisiva si chiama tempo biologico.
Un albero adulto è tempo accumulato. È suolo, radici, tronco, chioma, ombra, memoria, relazione con il luogo. Una giovane pianta è una promessa. Una promessa importante, certamente, ma pur sempre una promessa: dovrà attecchire, essere irrigata, protetta, curata, potata correttamente, difesa dagli urti, dalla siccità, dalle isole di calore, dagli errori manutentivi. E solo dopo molti anni potrà forse avvicinarsi ai servizi ecosistemici dell’albero abbattuto.
La prima domanda, quindi, è: con quale acqua?
La stampa ha riportato numeri diversi sugli alberi interessati dal BRT di Bari. In una dichiarazione ripresa da Telebari si parla di circa cinquanta alberi da rimuovere e della promessa di piantarne il doppio, quindi circa cento nuove piante. In comunicazioni successive si parla invece di ottantatré piante rimosse su settecento lungo il tracciato e, in altro ambito collegato alla nuova dotazione verde, di circa trecento nuovi alberi in aree oggi asfaltate.
Facciamo allora conti elementari.
Se cento giovani alberi richiedono, nei periodi caldi, anche solo venti litri d’acqua al giorno ciascuno, il fabbisogno diventa:
100 alberi × 20 litri = 2.000 litri al giorno.
In un mese sono circa 60.000 litri.
In quattro mesi estivi sono circa 240.000 litri.
Se le nuove piante fossero trecento, il fabbisogno salirebbe a:
300 alberi × 20 litri = 6.000 litri al giorno.
In un mese sono circa 180.000 litri.
In quattro mesi estivi sono circa 720.000 litri. E la crisi idrica impone scelte ponderate.
Non sono cifre fantasiose. Studi recenti sullo stress idrico degli alberi urbani indicano per i giovani alberi fabbisogni medi nell’ordine di 6-20 litri per albero al giorno, mentre per alberi di età intermedia si arriva a valori molto più alti. In città mediterranee sempre più calde, con estati lunghe, suoli compattati, pavimentazioni riflettenti, buche d’impianto ridotte e crisi idriche ricorrenti, il tema dell’acqua non può essere relegato a dettaglio manutentivo.
Qui emerge il primo punto politico: non basta promettere nuove piantumazioni se non si dice come verranno mantenute vive.
Serve sapere da dove verrà l’acqua, se sarà acqua potabile o acqua di recupero, quale impianto irriguo verrà realizzato, chi ne garantirà la gestione, per quanti anni, con quali costi, con quali controlli, con quale tasso atteso di sopravvivenza. Senza queste informazioni, la compensazione non è una politica ecologica. È una dichiarazione.
Il secondo tema è la CO₂.
Anche qui bisogna uscire dalla retorica. Un albero adulto e una giovane pianta non hanno la stessa capacità di assorbimento. La letteratura scientifica sugli alberi urbani mostra che lo stoccaggio e il sequestro di carbonio dipendono in modo determinante dalla copertura arborea, dalla biomassa, dalla dimensione della chioma e dallo stato vegetativo. Uno studio di Nowak, Greenfield, Hoehn e Lapoint sugli alberi urbani negli Stati Uniti stima una media di circa 0,277 kg di carbonio sequestrato per metro quadrato di copertura arborea all’anno, pari a circa 1 kg di CO₂ per metro quadrato di chioma all’anno. Lo stesso studio stima anche uno stock medio di carbonio pari a 7,69 kg di carbonio per metro quadrato di copertura arborea, cioè circa 28 kg di CO₂ equivalente già immagazzinata per metro quadrato di chioma.
Tradotto in termini urbani: un albero latifoglia maturo, con una chioma di 10-15 metri di diametro, può avere una copertura indicativa tra circa 80 e 177 metri quadrati. Applicando quei coefficienti, esso può assorbire nell’ordine di 80-180 kg di CO₂ all’anno e contenere già nella propria biomassa alcune tonnellate di CO₂ equivalente. Sono valori indicativi, perché cambiano con specie, età, stato fitosanitario, suolo e condizioni ambientali, ma servono a mostrare l’ordine di grandezza.
Una giovane pianta appena messa a dimora ha invece una chioma molto più piccola. Se nei primi anni la sua chioma ha 2-3 metri di diametro, l’assorbimento annuo può restare nell’ordine di pochi chilogrammi di CO₂. Per avvicinare la capacità annua di un solo albero adulto possono quindi essere necessarie, nei primi anni, molte giovani piante. Anche l’EPA, nei propri calcoli di equivalenza climatica, stima che un albero urbano piantato e lasciato crescere per dieci anni arrivi a una media di circa 0,060 tonnellate di CO₂ all’anno, cioè 60 kg annui: ma si tratta di un valore medio riferito a un albero già cresciuto per dieci anni, non alla piantina appena collocata in strada.
Questo significa che la compensazione non avviene nel momento in cui si pianta. Avviene, forse, dopo anni. E avviene solo se l’albero sopravvive.
Il punto non è sostenere che non si debbano piantare nuovi alberi. Al contrario: bisogna piantarne molti, ovunque possibile. Bisogna depavimentare, aumentare il suolo permeabile, ricostruire continuità ecologiche, creare ombra, ridurre l’effetto isola di calore. Ma proprio perché le nuove piantumazioni sono necessarie, esse non possono essere usate come alibi per abbattere alberi maturi.
Un albero adulto abbattuto produce una perdita immediata.
Una giovane pianta produce un beneficio differito, incerto, condizionato.
Questa differenza deve entrare nella politica.
Quando un’amministrazione dice: “abbattiamo cinquanta alberi, ne pianteremo cento”, non sta ancora dimostrando nulla. Deve dimostrare il bilancio ecosistemico complessivo: quanta ombra viene persa oggi? Quanta evapotraspirazione viene persa oggi? Quanta CO₂ non sarà più assorbita nei prossimi anni? Quanta biomassa viene eliminata? Quanta acqua servirà alle nuove piante? Quale sarà il tasso di sopravvivenza? Dopo quanti anni il nuovo impianto potrà raggiungere una funzione paragonabile a quella perduta?
Senza queste risposte, la compensazione arborea resta una contabilità povera.
Ed è proprio qui che il discorso tecnico diventa politico. Perché l’albero adulto, nella città calda, non è soltanto un elemento vegetale. È una difesa sociale. Produce ombra per chi cammina, per chi aspetta un autobus, per chi lavora all’aperto, per chi non possiede luoghi climatizzati nei quali rifugiarsi. Più la crisi climatica avanza, più l’ombra diventa un bene comune. Più le estati diventano dure, più l’albero maturo diventa infrastruttura pubblica.
Per questo la domanda da porre non è: quanti alberi pianterete al posto di quelli abbattuti?
La domanda vera è: quanti anni serviranno perché le nuove piante restituiscano alla città ciò che l’albero adulto garantiva già oggi?
E ancora:
- quanta acqua servirà per tenerle vive?
- chi ne risponderà se moriranno?
- dove sono i dati sul bilancio ecosistemico?
- dove sono le alternative progettuali per evitare l’abbattimento?
La democrazia dell’ombra, nella sua seconda parte, è anche questo: pretendere che le parole “verde”, “compensazione”, “riforestazione” e “sostenibilità” vengano restituite alla loro verità materiale.
Non basta piantare per compensare.
Bisogna far vivere.
Bisogna misurare.
Bisogna mantenere.
Bisogna proteggere ciò che già esiste.
Perché un albero adulto abbattuto è una perdita certa oggi.
Una giovane pianta non irrigata, non curata o non attecchita è una promessa destinata a morire domani.
E una città che sostituisce l’ombra reale con la promessa futura di un’ombra possibile non sta facendo una politica ecologica. Sta chiedendo ai cittadini di accettare un debito climatico, idrico e sociale che verrà pagato nei prossimi anni da chi vivrà strade più calde, più dure, più povere e meno abitabili.
La vera compensazione, allora, non è piantare dopo avere abbattuto.
La vera compensazione è progettare meglio prima di abbattere.